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La Fotografia nel Cinema

A molti è noto che il termine “fotografia” può essere tradotto come “scrivere con la luce”, dal greco. Secondo però un’interpretazione più raffinata, sarebbe meglio usare un più poetico “scrivere la luce”. A mio avviso questa espressione rende meglio il concetto di modellare un ambiente, una scena attraverso la luce.

Cinema e fotografia sono legati in maniera indissolubile.

Un secondo di film è formato da 24 fotografie che in rapida successione danno l’illusione del movimento. Potremmo dire che l’illusione risiede nel vuoto tra un fotogramma e il successivo.

In un film sono due i ruoli che afferiscono direttamente alla fotografia.

Il direttore della fotografia e il fotografo di scena.

Il direttore della fotografia è la figura che si occupa di dare una forma visiva alle idee del regista, interpretando la sceneggiatura. In stretta collaborazione col regista decide dove piazzare la macchina da presa, quale obiettivo usare, dove sistemare le luci, che colore dare alla scena e ha voce in capitolo anche sul colore dei costumi, delle scenografie e degli oggetti che finiscono nella lente della cinepresa.

Nessun dettaglio può essere lasciato al caso.

Il medesimo discorso può essere fatto nel caso di un film a colori o di una pellicola in bianco e nero.

Psycho di Alfred Hitchcock deve il suo mistero e la suspence anche al controluce di John L. Russell
che nasconde il volto di Norman Bates, così come Deserto Rosso di Antonioni deve la sua atmosfera livida ai colori creati da Carlo Di Palma.

Il cinema nasce muto, quindi non è difficile capire quanto fosse centrale l’immagine fin dalle origini. In uno dei primi film, The Great Train Robbery del 1903, in coda veniva montato un primo piano di un bandito che sparava in direzione del pubblico. Grande era lo scompiglio che ciò generava negli spettatori e per questo il film riscuoteva grande successo. Ecco, quella era una soluzione “fotografica” brillante, coinvolgente e rivoluzionaria.

Inizialmente i movimenti di macchina o i punti di vista da cui inquadrare una scena erano ridotti, per via delle dimensione delle cineprese. Con l’evolversi della tecnologia, si è evoluto anche il linguaggio visivo del cinema.

Alle origini i film venivano illuminati perlopiù dalla luce del sole, successivamente l’invenzione di corpi illuminati artificiali ha permesso la nascita di un gran numero di soluzioni tecniche e narrative legate alla luce.

In “Citizen Kane” del 1941, la fotografia di Gregg Toland è fondamentale per la riuscita del film. L’uso magistrale della profondità di campo è uno dei tratti distintivi del film. Si racconta che per trovare il punto di vista ottimale per una scena scavò una buca sul set per poter disporre la macchina da presa dal basso verso l’alto.

Dirigere la fotografia di un film significa dare un volto alla pellicola.

Kubrick era anche un ottimo fotografo. Un film come “Arancia Meccanica”, con la fotografia diretta da John Alcott, non sarebbe entrato nell’immaginario collettivo senza l’uso esasperato del grandangolo; capace di distorcere volti e spazi fino al grottesco.

E cosa dire degli spaghetti western di Sergio Leone? Senza i primissimi piani stretti sugli occhi realizzati da Tonino Delli Colli non sarebbero stati certo gli stessi film che tanto abbiamo amato.

Lo stesso discorso vale per le inquadrature panoramiche degli USA che Robby Müller regala a “Paris, Texas” di Wim Wenders.

Ogni storia, ogni ambientazione, ogni idea registica necessità di un’immagine che sia in grado di renderla visibile agli occhi degli spettatori.

Il direttore della fotografia ha il compito di tradurre in immagini capaci di raccontare, senza l’uso della parola, l’atmosfera del film, i sentimenti dei protagonisti, il periodo storico e tutto quanto possa essere utile a generare un’esperienza immersiva e coinvolgente.

Per essere un buon direttore della fotografia occorre conoscere la storia dell’arte, fonte inesauribile di spunti creativi. Serve aver guardato tanti film, amare la fotografia, conoscere il linguaggio della composizione, l’uso e la combinazione dei colori e la loro “psicologia”.

Se si ama fare fotografie, quello del fotografo di scena è un ruolo affascinante.

Si occupa di raccontare attraverso le immagini il lavoro della troupe e degli attori nella realizzazione del film.

Lo fa attraverso ritratti, foto dei momenti di pausa, delle scenografie, del regista al lavoro e di tutti quei momenti che possano aggiungere dettagli significativi alla produzione di una pellicola.

Il trucco è diventare invisibili. Ogni rumore o movimento poco aggraziato può generare l’ira dei presenti e disturbare il lavoro. Il fotografo di scena è un ninja che si muove di soppiatto e cattura gli istanti di ogni produzione.

E come diceva Stanley Kubrick, “fare cinema non è fotografare la realtà, ma fotografare la fotografia della realtà”.